Se ti fai male a lavoro puoi superare con la malattia il comporto


Causa di servizio: illegittimo il licenziamento per superamento del periodo massimo di malattia (cosiddetto comporto).

L’azienda non può licenziare il dipendente assente per malattia da molto tempo, fino a superare il cosiddetto “periodo di comporto”, se la causa è l’infortunio subito sul posto di lavoro. Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza dello scorso venerdì .

Così, se per esempio, il lavoratore si fa male durante lo svolgimento delle mansioni perché cade a terra, procurandosi una contusione e una frattura al ginocchio, e per tale ragione non si presenta al lavoro, la sua assenza non può essere qualificata come malattia comune, ma come infortunio sul lavoro. In tali casi, egli non può essere licenziato neanche se supera il periodo di comporto.

Cos’è il periodo di comporto

In caso di malattia del lavoratore, il datore di lavoro non può licenziarlo se la sua assenza rientra entro un arco temporale prestabilito dal contratto collettivo nazionale (o individuale, se più favorevole). In tale periodo, dunque, il dipendente ha diritto alla conservazione del posto di lavoro e alla retribuzione o indennità prevista dalle norme collettive. Superato tale periodo di comporto il dipendente può essere licenziato.

Durante il comporto, il lavoratore non può essere licenziato se non per giusta causa. Il lavoratore, colpito da malattia di particolare gravità per la quale è previsto dalla legge o dal Ccnl l’obbligo del datore di conservare il posto per periodi di tempo eccedenti il limite massimo del comporto, ha l’onere di informare il datore dell’insorgenza e della natura della malattia da cui è affetto prima che il datore eserciti la facoltà di recesso.

L’infortunio sul lavoro

Se però la malattia è avvenuta per infortunio sul lavoro, il dipendente non può essere licenziato neanche se supera il periodo di comporto. Così come precisato in passato dalla Cassazione, ai fini del calcolo del periodo di comporto, superato il quale il datore può recedere dal rapporto, vanno calcolate le sole assenze per malattia e non anche quelle per infortunio sul lavoro o malattia professionale, atteso che non possono porsi a carico del lavoratore le conseguenze del pregiudizio da lui subito a causa dell’attività lavorativa espletata.

Lo stesso dicasi per gli infortuni in itinere, ossia quelli verificatisi durante il tragitto lavoro-casa, casa-lavoro.

Se avviene in azienda, l’infortunio è sempre “sul lavoro”

L’infortunio del dipendente durante lo svolgimento dell’attività lavorativa “deve sempre configurarsi come infortunio sul lavoro”, salvo che il datore di lavoro dia prova della assoluta non imputabilità alla sua azienda dell’evento ai fini risarcitori.

Il datore – sottolinea il collegio – è sempre responsabile dell’infortunio, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente. Né – si legge in sentenza – vi può essere un’esenzione di responsabilità per l’azienda nel caso di concorso di colpa del lavoratore. La condotta di quest’ultimo potrebbe, a tutto voler concedere, comportare, invece, l’esonero totale del datore da ogni responsabilità solo quando sia abnorme, esorbitante ed eccezionale rispetto all’usuale procedimento lavorativo e alle direttive ricevute così che possa individuarsi nella sua condotta l’esclusiva causa dell’evento.

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