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Codice della strada. Sì a limiti più alti, i mezzi sono più sicuri.


Favorevole ai 150 km/h in autostrada, contro il divieto di fumo in auto.

Il pilota Emanuele Pirro, fuoriclasse dell'automobilismo italiano, ha vinto 5 edizioni della 24 Ore di Le Mans ed è in alcune importanti commissioni della Federazione Internazionale dell’Automobile (FIA), un organismo che ha messo la sicurezza stradale al centro della propria azione.

«Noi parliamo giustamente tanto di lotte nobili come quella alle malattie – afferma l’asso romano del volante – ma penso che ogni morte sulla strada sia inutile e assolutamente evitabile».

L’argomento dunque lo appassiona e dice la sua su due dei punti più discussi di riforma del Codice della Strada.


Il limite di 130 km/h in autostrada risale a 30 anni fa. Come vede l’innalzamento a 150 km/h?

«Io sarei favorevole perché un’auto attuale a 150 km/h non è senz'altro più pericolosa rispetto ad una di 30 anni fa che va a 130 km/h.

Capisco che questo vada contro la questione ecologica che oggi è molto importante, ma dal punto di vista della sicurezza non sarebbe un problema, non solo perché le automobili sono più sicure, ma anche perché le nostre autostrade hanno un fondo e un grado di protezione davvero buoni».


Anche il limite di 110 km/h sul bagnato potrebbe essere alzato?

«No, penso che vada bene così perché quando piove c’è molta meno aderenza e la visibilità è inferiore. La cosa più importante è la distanza di sicurezza: è quello che rende la tua velocità più o meno sicura. Viaggiare a 80 km/h a 5 o 10 metri da chi ti precede è molto meno sicuro di andare a 130 km/h con una distanza adeguata».


L’altro punto in discussione è il divieto assoluto di fumo in auto, anche quando si è soli. Sarebbe favorevole?

«No. Non ho mai fumato e penso che il fumo sia una cosa negativa per la salute quanto fastidiosa per gli altri. Una regola della quale l’Italia deve vantarsi è il divieto del fumo nei locali pubblici. Secondo me, però, in macchina il fumare non è fonte di pericolo. La vera fonte di pericolo è l’attenzione. Citare l’uso dei telefonini è scontato, ma non è solo quello».


Qual è l’errore più comune che l’automobilista compie e lo porta a distrarsi?

«L’errore più comune è la non consapevolezza dei pericoli che si corrono. Paradossalmente, le vetture di oggi sono così confortevoli e sicure che l’automobilista non si rende conto di che cosa si rischia veramente alla guida. Faccio spesso gare con auto storiche degli anni 50 e 60 e, quando le guidi, è quasi impossibile pensare ad altro. Le auto di oggi si guidano praticamente da sole e questo ti porta ad essere meno attento».


Quali altri suggerimenti si sentirebbe di dare per migliorare la sicurezza stradale?

«Migliorerei la segnaletica, soprattutto quella orizzontale. Da noi non esistono le corsie. Nella nazioni più civili ed evolute si viaggia sempre incanalati e questo aiuta a guidare meglio».

Nelle corse si vedono incidenti dai quali i piloti escono miracolosamente illesi e che solo qualche anno fa ne avrebbero significato sicuramente la morte. Che cosa possono fare ancora di più le competizioni per migliorare la sicurezza sulle strade?

«Una parte dell’opinione pubblica non vede di buon occhio le corse e invece il legame tra le corse e la circolazione stradale potrebbe migliorare tanto la sicurezza. Se guardiamo a quali incidenti un pilota può sopravvivere e quali invece possono essere mortali per un normale automobilista, ci si accorge quanto le competizioni possono fare per la sicurezza. Il nemico numero uno dell’automobilista è invece l’automobilista stesso perché mancano la consapevolezza e la cultura del rischio».


Che cosa si potrebbe fare per migliorarle?

«Bisognerebbe fare più informazione, anche in modo scioccante. Le cronache parlano sempre di incidenti gravi e questa una buona cosa, ma credo che bisognerebbe parlare di meno degli aspetti scandalistici e dire perché quell'incidente è accaduto. Penso che un’informazione corretta, anche da parte delle istituzioni, servirebbe a ricordare che un incidente può capitare a chiunque».



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